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Influenza Suina PDF Stampa E-mail
di Marcello Nonni   

Sul tema attualissimo dell’influenza suina, alimentinews offre ai suoi lettori un’intervista esclusiva realizzata dal direttore della rivista Avv. Roberto Bernocchi al Prof. Giuseppe Zannetti, ordinario di Patologia medica Veterinaria presso l’Università di Parma.In essa vengono affrontate le principali questioni di carattere clinico-epidemiologico della malattia e la sua trasmissibilità dall’animale all’uomo. Viene inoltre spiegato quali forme di controllo è possibile attuare a  tutela della salute collettiva.

 

 Avv. Roberto Bernocchi: Come si presenta, Professor Zannetti, il problema dell’influenza suina “messicana”, agli occhi di un clinico veterinario ?

Prof. Giuseppe Zannetti (*): L’evento infettivo di questi giorni non sorprende più di tanto i veterinari, soprattutto gli epidemiologi-infettivologi, che da tempo sorvegliano anche in prospettiva “globale”, cioè planetaria, l’evolversi di situazioni analoghe che coinvolgono in un “unicum” bioepidemiologico uomini e animali. Per quanto riguarda i virus influenzali, in particolare, una caratteristica che li qualifica tutti, compresi quelli ritenuti strettamente “umani”, è rappresentata dalla loro plasticità, ossia la capacità di adattarsi biologicamente e svolgere azioni patogene su specie diverse da quella originaria. Per questo motivo, un virus come quello “messicano”  di origine suina si è modificato adattandosi alla specie umana e diffondendosi nella relativa popolazione, proprio come se fosse  “umano”.

 

- La situazione da lei descritta, quindi, è una “novità” patologica per l’uomo ?

Assolutamente no!  Gran parte delle epidemie influenzali degli ultimi decenni hanno all’origine il meccanismo sopra descritto: si pensi, in particolare, alla famosa “spagnola” che negli anni successivi alla prima guerra mondiale ha imperversato in Europa o alla non meno nota “asiatica” degli anni ’60 del secolo scorso. In entrambi i casi, si è trattato di virus influenzali di origine suina, arrivati non a caso  nel nostro Continente proprio dal Sud-Est asiatico, dove esiste una fortissima concentrazione territoriale di popolazioni animali, in particolare suini e pollame, che vivono in condizioni di promiscuità con le comunità umane,  addirittura impensabili nel nostro regime di vita…

 

 

 - Anche l’influenza aviaria che recentemente ha colpito comunità umane asiatiche e africane, dunque, potrebbe avere la stessa origine ?

E’ proprio così. Allo stesso modo, del resto, è nata la ben nota SARS, che qualche anno fa si era affacciata fino all’area mediterranea.   Si tratta comunque di infezioni sostenute da virus la cui la loro già citata  plasticità è esaltata nei suoi effetti proprio dalla convivenza stretta fra le potenziali specie-bersaglio, che facilita l’adattamento di singoli  virus alle altre presenti nell’ambiente. 

 

 

 - Quali possibilità concrete esistono di arginare la diffusione di questa influenza “messicana” ?

In queste  emergenze influenzali, le prime mosse delle autorità preposte ad ostacolarne la diffusione sono di tipo igienico-sanitario, attuate attraverso controlli alle frontiere, vigilanza sui movimenti di uomini e merci dalle aree in cui la malattia è insorta o è già arrivata.  Sono misure che, però,  trovano grandi limiti di efficacia nella globalizzazione degli scambi commerciali, del traffico turistico, ecc., nonché nella facile diffusibilità e volatilità dei virus influenzali, che vengono dispersi  e trasmessi ad altri con la tosse di chi ne è ammalato o portatore, che “spara” goccioline di espettorato altamente infettante.  Solo in tempi più lunghi si  interverrà con una profilassi vaccinale,  che presuppone l’isolamento del virus e delle sue varianti antigeniche responsabili dell’epidemia in atto, la realizzazione di vaccini strettamente specifici, la loro registrazione e produzione in milioni di dosi, ecc., rendendoli disponibili quasi sempre ad emergenza ormai finita.

 

 

 - E i suini ?

Sono al tempo stesso, vittime e diffusori della malattia, ovviamente dopo averla contratta !  Nella situazione attuale “messicana”, in realtà, è evento pressoché impossibile a verificarsi l’arrivo di suini vivi in Italia dal Messico, mentre per le carni fresche o lavorate il rischio è minimizzato dalla scarsa capacità di sopravvivenza dei virus influenzali nel tessuto muscolare di animali macellati a causa della caduta post-mortem del pH e, ancor più, per i procedimenti di lavorazione e trasformazione delle carni (salatura, stagionatura, ecc.).  Il rischio maggiore di diffusione della malattia  - lo ripeto -  è legato ai portatori “umani” della malattia !

 

 

 - Come andrà a finire, secondo lei ?

Lei mi ha chiedendo un oroscopo difficilissimo, caro Bernocchi! In realtà esistono infezioni di questo tipo che non hanno (mai o non ancora) avuto evoluzioni catastrofiche in prospettiva epidemiologica,  come è avvenuto per la SARS e, in parte, per l’influenza umana di origine aviare: qualche focolaio “a macchia di leopardo” qua e là nel mondo, poi la loro lenta eclissi,  salvo “riedizioni” successive, anche a distanza di mesi o anni.   In prospettiva opposta ci sono, però, eventi infettivi pandemici come la “spagnola” e l’ “asiatica” che, in effetti, hanno fatto letteralmente il giro del mondo, anche se si tratta di evoluzioni sempre più rare, per la tempestività degli interventi di prevenzione, per la disponibilità e l’efficacia di nuovi presidi terapeutici, per il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie della popolazione e per la sua cresciuta resistenza alle malattie.

 

 

 - Lei è ottimista, dunque, professore, nonostante il numero di vittime che le cronache dal Messico  riferiscono ?

Si tratta pur sempre di una malattia influenzale che, di norma, popolazioni in buono stato di salute, di nutrizione e di igiene ambientale superano bene e senza sequele rilevanti. Le mortalità consistenti attribuite storicamente alla “spagnola” e alla stessa “asiatica”, infatti,   si sono sviluppate in contesti economici e sanitari ben diversi da quelli attuali, né presumibilmente resisteranno ad una revisione critica anche le morti attribuite alla “messicana”.  Vengono attribuiti a infezioni influenzali e conteggiati come tali, infatti, anche decessi di soggetti fortemente defedati per altre cause o affetti da altre patologie che inducono immunodepressione e ridotta reattività organica e immunitaria, che ne avrebbero facilmente determinato comunque la morte.

 

 

 

 (*) Giuseppe Zannetti è professore ordinario di Patologia medica Veterinaria presso l’Università di Parma, ove svolge anche l’insegnamento di Medicina Legale e Legislazione Veterinaria presso la locale Facoltà di Medicina Veterinaria ed è presidente del Consiglio di Corso di Laurea Specialistica. 
 
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