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Professione
L’editoriale

Uno studio svedese mostra che un regolare consumo di formaggi grassi è correlato a una riduzione del rischio di malattie degenerative del cervello.

Dopo i periodi di feste caratterizzati da ricche libagioni, le tastiere di tutto il mondo si scaldano a suon di “Dieta dimagrante, Remise en forme, Detox” e tutto quanto stia in quel menù. Un menù possibilmente povero di calorie e di grassi.

Il mercato dei prodotti a ridotto contenuto lipidico prende il volo e l’industria risponde prontamente con innovazione e diversificazione dell’offerta, con prodotti più leggeri ma anche funzionali. Per il benessere del corpo e della mente. E qui arriva la sorpresa.

Un ampio studio osservazionale condotto dall’Università Svedese di Lund ha infatti recentemente suggerito che un regolare consumo di formaggi grassi sia correlato a una riduzione del rischio di malattie degenerative del cervello, quali demenza e Alzheimer.

Che i prodotti lattiero-caseari fossero stati riabilitati a ricoprire un ruolo centrale nella nostra alimentazione quotidiana non è una novità. L’evoluzione del paradosso francese, osservato ormai 40 anni fa, ha portato già da tempo a riconsiderare il ruolo dei grassi saturi presenti nei formaggi e in altri prodotti lattiero-caseari, dimostrando che un consumo di tali alimenti non comporta un effetto negativo sulla salute, bensì un possibile effetto protettivo e un minor rischio cardiovascolare.

Le ragioni di ciò sono state attribuite principalmente a metaboliti derivanti dalla fermentazione microbica del latte e risultanti dall’attività enzimatica nel corso della stagionatura.

Nello studio appena pubblicato sulla rivista Neurology, viene richiamato il legame tra salute vascolare e salute cerebrale, tuttavia, in questo caso, la correlazione è solida solo per i formaggi ricchi in grasso e non per altri fermentati lattiero-caseari, come latti fermentati o formaggi magri.

Per quanto lo studio presenti dei limiti (i dati dimostrano un collegamento, non che il formaggio prevenga la demenza), permette di aprire una nuova interessante prospettiva, che centra l’attenzione sulla matrice formaggio nel suo complesso, e sul suo contenuto lipidico nel dettaglio.

Forse in questo caso ridurre non significa migliorare. Forse non serve aggiungere per rendere funzionale. Per ora continuiamo a studiare. Magari davanti a un bel piatto di polenta, formaggio e… salute mentale!

Benedetta Bottari
Professore Associato Microbiologia degli Alimenti Università degli Studi di Parma