Una breve sintesi di un’intervista a Elisabetta Bernardi pubblicata su Carni Sostenibili fa luce sulla nuova impostazione e le linee guida del documento.
Le nuove Dietary Guidelines for Americans 2025–2030 stanno suscitando un ampio dibattito internazionale, non solo per i contenuti scientifici ma anche per il cambiamento di impostazione comunicativa. Come spiega Elisabetta Bernardi, biologa nutrizionista, specialista in Scienze dell’alimentazione e docente di Biologia della nutrizione presso l’Università degli Studi di Bari, le linee guida segnano un passaggio rilevante: l’attenzione si sposta dalla contrapposizione ideologica tra alimenti “buoni” e “cattivi” alla qualità complessiva della dieta e alla riduzione del consumo di prodotti ad alta densità calorica e basso valore nutrizionale.
Le Dietary Guidelines for Americans sono le raccomandazioni alimentari ufficiali del governo degli Stati Uniti, elaborate congiuntamente dal Dipartimento dell’Agricoltura (USDA) e dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) e aggiornate ogni cinque anni per fornire consigli basati sulle evidenze scientifiche su cosa mangiare e bere per soddisfare i fabbisogni nutrizionali, promuovere la salute e prevenire malattie croniche. Queste linee guida costituiscono il fondamento delle politiche alimentari federali e dei programmi di nutrizione pubblica e sono pensate soprattutto per professionisti della salute, educatori e responsabili di programmi nutrizionali, pur essendo utili a chiunque voglia orientarsi verso modelli alimentari più sani.
Nel documento emerge con chiarezza il ruolo centrale delle proteine, con un fabbisogno indicativo compreso tra 1,2 e 1,6 g/kg di peso corporeo, da distribuire nell’arco della giornata. Un’indicazione che supera la logica della soglia minima anti-carenza e si collega a evidenze consolidate su sazietà, controllo del peso, salute muscolare e invecchiamento. In questo quadro trovano spazio, in modo esplicito, anche le proteine di origine animale – carne, pesce, uova e latticini – riconosciute per l’elevato valore biologico e per il contributo di micronutrienti essenziali come ferro, zinco e vitamina B12.
Meno zuccheri e grassi
Un altro elemento qualificante delle nuove DGA è la forte enfasi sulla riduzione degli alimenti ricchi di zuccheri e grassi, in particolare snack, bevande zuccherate e prodotti altamente formulati. Secondo Bernardi, il vero problema della dieta statunitense non è l’eccesso di alimenti tradizionali, ma la progressiva sostituzione dei cibi “reali” con prodotti industriali ultra-trasformati. In questo senso, le linee guida propongono un ritorno a alimenti riconoscibili, minimamente trasformati e nutrienti, in un’impostazione che presenta numerose affinità con i principi della dieta mediterranea.
Il contesto epidemiologico americano pesa in modo determinante su queste scelte: oltre il 40% degli adulti è obeso e una quota molto elevata delle calorie quotidiane proviene da prodotti industriali. Le DGA vanno quindi lette come uno strumento di sanità pubblica pensato per affrontare una situazione specifica, più che come un modello da esportare automaticamente in altri Paesi. Per l’Italia, il messaggio utile è piuttosto quello di valorizzare la qualità degli alimenti, l’equilibrio tra fonti vegetali e animali e la riduzione dei prodotti ad alto contenuto di zuccheri, evitando letture ideologiche o semplificazioni.
Fonte: Intervista a Elisabetta Bernardi pubblicata su Carni Sostenibili, 19 gennaio 2026






