Normative, buone pratiche operative e strategie di riduzione del rischio. Spunti per un impiego più consapevole, efficace e sostenibile, sia in ambito urbano che industriale.

Quando, in occasione dell’ultima Conferenza Disinfestando, presentai il mio intervento relativo alle possibilità di mitigazione del rischio nell’impiego di rodenticidi anticoagulanti, mi resi conto che, inizialmente, i presenti mi guardavano con un’espressione tra il sorpreso e l’incredulo.

In effetti, invece di iniziare illustrando subito i possibili rischi connessi ai rodenticidi anticoagulanti di seconda generazione, esordii mostrando delle immagini di due artisti famosi in tutto il mondo, un musicista come David Bowie e un pittore come Pablo Picasso.

La mia intenzione era quella di dimostrare che entrambi erano accomunati dal fatto che nella loro vita non avevano avuto timore di mettersi sempre in gioco, di sperimentare nuove strade, mostrando sempre una grande attenzione ai cambiamenti che avvenivano di volta in volta nella società.

Come nel corso degli anni la società, la musica e l’arte si trasformano, cambiano anche le metodologie di lavoro, che devono adattarsi a nuove esigenze, normative, tecnologie. Fossilizzarsi sulle stesse pratiche può comportare dei rischi; il mondo, infatti, corre veloce e non aspetta.

Dopo tale precisazione gli astanti hanno cominciato a seguirmi con più convinzione confermando che, a volte, un inizio a sorpresa può aiutare ad attirare l’attenzione.

Una professione che cambia

Se volgiamo lo sguardo indietro ci accorgiamo che nel mondo della disinfestazione abbiamo avuto delle vere e proprie rivoluzioni nelle metodologie operative dovute principalmente ai continui progressi tecnologici e alla ricerca di prodotti più efficaci e sicuri.

Molti cambiamenti però sono stati determinati anche da una società sempre più attenta ai problemi ambientali, ai possibili danni causati da un uso estensivo dei prodotti chimici, insetticidi e rodenticidi compresi, ed ultimamente anche ai problemi relativi al benessere animale. Se pensiamo alle metodologie d’intervento che sono state applicate nel tempo contro i vari infestanti, ci rendiamo conto dei grandi progressi che hanno reso da un lato la vita più facile ai disinfestatori e al contempo hanno ridotto notevolmente i possibili impatti negativi sull’ambiente e sulla fauna non bersaglio.

Pensiamo ad esempio agli interventi insetticidi che venivano effettuati con prodotti liquidi contro le blatte o le formiche in strutture ricettive o aziende alimentari, mediante le classiche pompe irroratrici e i nebulizzatori elettrici. Tali metodologie sono diventate in breve tempo quasi obsolete, perché sono state soppiantate da prodotti più pratici come i gel, più facili da applicare, più sicuri e senz’altro meno inquinanti e impattanti sull’ambiente e sulle attività lavorative.

La stessa cosa sta succedendo per quanto riguarda i sistemi di lotta tradizionali impiegati nel controllo delle zanzare. L’impiego di atomizzatori spalleggiati o dei grossi apparecchi autotrasportati utilizzati generalmente per i tradizionali interventi adulticidi si sta progressivamente riducendo perché si stanno facendo strada metodologie d’intervento meno inquinanti e più efficaci.

Attualmente il controllo delle zanzare è incentrato principalmente sulla lotta antilarvale attraverso l’impiego di insetticidi ad azione biologica o meccanica. Questo grazie ai nuovi prodotti a base di oli vegetali o siliconici che creano sulla superficie dell’acqua un film tale da rendere impossibile alle larve e alle pupe la respirazione dell’ossigeno atmosferico. 

Nuove norme

Questo cambiamento è dovuto essenzialmente alle nuove indicazioni di legge, come il Piano Nazionale Arbovirosi 2020-2025 o i Regolamenti Regionali che tendono a ridurre drasticamente l’impiego dei prodotti insetticidi in ambiente urbano ed extraurbano per non danneggiare l’entomofauna utile e la salute umana.

Questa riduzione non è un problema da poco se pensiamo che molte aziende di disinfestazione basano una consistente fetta del proprio fatturato proprio su questo tipo di interventi da eseguirsi nel periodo estivo.

Come gli artisti cambiano stile per seguire i mutamenti della società e del mondo, così le aziende di disinfestazione sono obbligate, se vogliono stare al passo con i tempi, a rinnovarsi, a cambiare metodologie operative, a sperimentare i nuovi prodotti e le nuove attrezzature che il mercato mette a disposizione ma anche a recepire le nuove leggi e le nuove linee guida del mondo accademico.

E a proposito di leggi e indicazioni che inducono ad un cambiamento delle metodologie di lavoro, siamo arrivati al cuore pulsante di questo articolo: cercare di trovare un modo migliore e più moderno per utilizzare i rodenticidi anticoagulanti. È innegabile che questi prodotti siano indispensabili per il controllo dei roditori nocivi, tanto che attualmente nessun disinfestatore può farne a meno. Tuttavia, il loro uso generalizzato e continuativo può comportare seri rischi per la fauna non bersaglio perché tali rodenticidi possono accumularsi nel fegato dei predatori naturali dei roditori, come uccelli rapaci e mammiferi carnivori, provocandone la morte. Studi a livello mondiale documentano questo rischio e sono già state elaborate linee guida che ne impongono un uso più oculato e limitato.

Inoltre, sulle etichette della maggior parte dei prodotti in commercio sono riportate indicazioni che riguardano il tempo massimo di un loro utilizzo nell’ambiente o la dicitura del divieto di impiego in maniera permanente (permanent baiting) o a scopo di monitoraggio. Il dovere di utilizzare tali prodotti in maniera più corretta, in modo da limitarne i possibili effetti negativi, non solo è un obbligo di legge che può comportare sanzioni pecuniarie e penali (vedi D.Lgs. n°179 del 2 novembre 2021) ma è anche un obbligo morale che ogni azienda di disinfestazione ha nei confronti dell’ambiente e della società a cui appartiene.

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Interventi mirati

Le aziende di pest control devono quindi impegnarsi ad utilizzare tali prodotti in maniera corretta, a partire ad esempio dalle campagne di derattizzazione condotte sul territorio cittadino, dove in effetti si concretizzano i maggiori rischi dovuti ad un impiego estensivo degli anticoagulanti, per arrivare poi agli interventi effettuati presso le aree esterne di strutture produttive e aziende alimentari.

Nel primo caso è però necessario abbandonare la vecchia pratica che consiste nel collocare sul territorio centinaia di erogatori di esca, come spesso viene fatto, con il principale scopo di renderli visibili ai cittadini e accontentare il committente dell’appalto, senza aver prima avuto un riscontro della effettiva presenza dei roditori.

Utile a tal fine risulterebbe l’effettuazione di preventive indagini in campo eseguite da tecnici esperti per individuare quelle zone più sensibili del territorio potenzialmente infestate, quali le aree degradate o incolte, gli edifici abbandonati, i canali o le fognature a cielo aperto, le piccole discariche abusive, l’area di sosta dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti. Sarebbe più logico impiegare, in tali aree, l’esca virtuale per valutare l’eventuale consumo e conseguentemente la reale presenza di ratti e topi. Tali informazioni permetterebbero l’impiego dei rodenticidi solo in quelle zone risultate positive e solo per il tempo strettamente necessario, evitando così di disperdere inutilmente prodotti chimici nell’ambiente.

Di estrema importanza risulterebbe inoltre l’allontanamento di ogni dispensatore di esca al termine dell’appalto, cosa questa che raramente viene effettuata perché non remunerativa. Questa mancanza determina spesso l’abbandono di attrezzature nell’ambiente contenenti prodotti pericolosi.

Fognature e aziende food

Altrettanto importante sarebbe, in ambiente prettamente urbano, un maggior ricorso ad interventi di derattizzazione condotti all’interno delle reti fognarie durante i mesi estivi. Le fognature rappresentano infatti gli habitat naturali dei ratti che le utilizzano sia come luoghi di insediamento che come vie di spostamento da una parte all’altra del tessuto cittadino. In estate i tombini fognari e le caditoie risultano in genere più asciutte e l’esca ha maggiore probabilità di rimanere integra per più settimane; in genere una campagna della durata di 30-35 giorni è in grado di garantire un buon controllo dei roditori.

Resta inteso che l’esca deve essere fissata alle griglie e ai tombini e deve essere controllata almeno una volta alla settimana, in modo da poter essere ripristinata se consumata o rimossa in mancanza di consumo, in modo da evitare che con il tempo possa disperdersi nelle reti fognarie.

Anche nelle industrie e nelle aziende del settore alimentare è possibile utilizzare i rodenticidi in maniera più coscienziosa attraverso strategie di lotta che prevedano il ricorso a questi prodotti circoscritto solo a quelle zone più sensibili evidenziate durante la fase preventiva di analisi del rischio. Parliamo ad esempio delle aree destinate alla raccolta dei rifiuti o dei materiali di scarto, delle aree di carico-scarico delle materie prime e dei prodotti finiti, dell’area destinata al lavaggio attrezzature o del depuratore, del perimetro esterno confinante con colture agrarie o zone incolte, eccetera. In queste aree più “sensibili” i rodenticidi anticoagulanti potranno essere inizialmente integrati e pian piano sostituiti dalle moderne e tecnologiche trappole multicattura oggi in commercio e che, solo per motivi economici, ancora stentano a diffondersi fra le aziende di disinfestazione.

Per le altre aree a minor rischio potrà risultare utile, in prima istanza, l’impiego della già citata esca virtuale che potrà comunque essere sostituita in qualsiasi momento in caso di consumo da parte dei roditori. La nuova sfida che il disinfestatore dovrà affrontare da ora e per i prossimi anni è quindi racchiusa in un concetto: l’esca rodenticida deve diventare un mezzo di cura, non di prevenzione.

Ugo Gianchecchi, consulente in pest management

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