Il Regolamento europeo n. 2025/40 prevede una serie di step da qui al 2040 destinati a modificare radicalmente molte caratteristiche degli imballaggi per andare incontro a nuove esigenze di sostenibilità. Il ruolo fondamenentale delle etichette.
Il packaging nel settore alimentare ha un valore che va ben al di là della conservazione e protezione del contenuto: è uno strumento chiave per la tracciabilità e l’etichettatura dei prodotti, una fonte di informazione per i consumatori e un ottimo mezzo di marketing. Ma è sempre più anche un veicolo di fiducia e sostenibilità, capace di andare incontro alle crescenti esigenze di autenticità e responsabilità del mercato alimentare.
L’importanza dei termini di conservazione e scadenza in etichetta e la rivoluzione in arrivo con il Regolamento Europeo sono stati al centro di una sessione ad hoc durante l’ultima edizione di AlimentiPiù, il Convegno digitale di Scienza e Tecnologia Alimentare organizzato da Edra Edizioni, un incontro che ha dedicato spazio anche agli aspetti etici e al ruolo delle certificazioni.
Che parlare di packaging significhi affrontare temi e dimensioni diverse, lo ha ribadito nella sua introduzione Cristina Cardinali che ha moderato l’incontro: “Quando si parla di imballaggio non si fa riferimento a un semplice contenitore, ma a un vero e proprio strumento di comunicazione, di sicurezza e di fiducia. In un periodo dove il packaging viene troppo spesso associato a sprechi o impatti ambientali negativi, è importante invece spiegare come possa invece informare, educare, garantire conformità e, addirittura, favorire inclusione sociale”.
Termini di conservazione e scadenza
Una delle questioni fondamentali riguarda l’importanza e il ruolo delle scadenze per i prodotti alimentari: una loro gestione efficiente permette di ridurre sprechi alimentari e migliorare la consapevolezza dei consumatori.
Marika Valentino, del Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali dell’Università degli Studi di Udine ha ricordato l’enormità dei numeri di cui parliamo: la FAO stima una produzione globale di alimenti di 5 miliardi di tonnellate, di cui 1,6 di cibo sprecato con un impatto del 10% sull’effetto serra totale. Per il nostro Paese si stima uno spreco di 5 milioni di tonnellate.
Il Termine Minimo di Conservazione (TMC), che è quello che viene indicato in etichetta con la dizione «da consumarsi preferibilmente entro», trova la sua fonte nel Regolamento n. 1169/2011 che lo definisce come “data fino alla quale un prodotto alimentare conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione”.
Come è noto si tratta di una fattispecie ben diversa dalla «data di scadenza» che si applica invece ai prodotti alimentari con una breve durabilità, come i freschi. Per i TMC siamo invece nel campo degli alimenti con una “shelf stable”, a temperatura ambiente o surgelati a seconda delle loro caratteristiche. Quando si parla di shelf life primaria si fa riferimento alla “vita a scaffale” di un prodotto confezionato, il periodo di tempo che corrisponde – in determinate condizioni di packaging, trasporto, conservazione e clima – a una tollerabile diminuzione della sua qualità a causa dell’inevitabile decadimento qualitativo.
Il TMC rappresenta un’opportunità per il sistema alimentare se e solo se sono rispettate almeno due condizioni ai due estremi del processo distributivo. A “valle” il consumatore deve essere a conoscenza del significato della dicitura e della differenza rispetto alla data di scadenza; a “monte” ci deve essere una stima corretta da parte dei produttori del periodo di decadimento.
A livello europeo per migliorare la conoscenza dei consumatori è stata introdotta la cosiddetta Etichetta Consapevole e alcune aziende hanno iniziato a utilizzarla. Simboli grafici molto evidenti, che richiamano gli organi di senso, invitano a osservare, annusare e assaggiare per rilevare anomalie.
L’Università di Udine ha svolto un sondaggio sui consumatori dal quale è emersa una buona conoscenza e attenzione al tema: il 96% ha risposto correttamente sul significato di TMC; il 57% controlla sempre la TMC al momento dell’acquisto e un altro 31% lo fa “a volte”. Nel momento in cui si accorge di un alimento con data superata la quasi totalità (l’83%) fa una scelta meditata, ossia verifica la qualità del prodotto prima di decidere se tenerlo o buttarlo. La ricerca ha mostrato però che una scelta simile viene fatta anche con gli alimenti che hanno una data di scadenza superata: il 62% valuta, il 31% consuma, e solo il 2% butta senza controllare. Questo è evidente un problema in termini di sicurezza alimentare.
Passando al lato dei produttori, la questione riguarda la corretta stima della durata di conservazione. In alcuni rari casi esiste una normativa che permette di definirla con precisione. È il caso dell’olio: per essere definito extravergine deve presentare una serie di parametri per tutto il corso della conservazione. Quando invece mancano le regole, la stima spetta al produttore che deve assicurare che il nutriente a cui attribuisce un’indicazione sia presente per tutta la durata del periodo di conservazione.
Se le date non sono corrette le conseguenze sono gravi. Di fronte a una sottostima dei termini, i prodotti vengono ritirati prima del dovuto: siamo quindi nel campo di costi e sprechi di prodotti ancora commestibili. Nel caso di sovrastima dei tempi, i rischi maggiori sono legati alla food safety con reclami, perdita di immagine e di fiducia da parte dei consumatori.
La dottoressa Valentino ha spiegato che per definire le scadenze le aziende spesso si affidano al mercato, guardando i termini medi di permanenza del prodotto a scaffale o osservando quanto fatto dai competitor già attivi, con tutti i rischi connessi. L’alternativa è tecnica e sensoriale: consiste in analisi che coinvolgano sia esperti del prodotto che ne conoscano le caratteristiche e le criticità, sia un panel esteso di consumatori esterni che abbiano familiarità con l’alimento in questione.
Non è quindi facile definire i termini di scadenza: ci sono poche linee guida a cui affidarsi e per fare una analisi corretta servono know-how elevati, tempi lunghi, disponibilità economiche. Una start-up dell’Università di Udine, chiamata FoodLife.next potrebbe dare un aiuto. Grazie a un software innovativo per calcolare il TMC che utilizza algoritmi predittivi, dovrebbe stimare con elevata affidabilità e precisione i termini, permettendo la tracciabilità e una reportistica accurata.

La roadmap europea fino al 2040
La vera novità destinata a cambiare profondamente i modi di progettare, produrre e gestire gli imballaggi è il Regolamento europeo n. 2025/40 (che sarà in applicazione dal 12 agosto 2026) su cui ha fatto luce Daniela Aldrigo, esperta di Regulatory Affair presso l’Istituto Italiano Imballaggio.
Il Regolamento è composto di 188 Considerando, 71 articoli e 13 Allegati, a cui seguiranno tutta una serie di linee guida, atti delegati e di esecuzione. Abroga la precedente Direttiva 94/62 che prevedeva il divieto di immissione sul mercato di imballaggi non conformi a quelli che venivano definiti «requisiti essenziali ambientali»: facevano riferimento alla prevenzione, al riuso e al recupero sotto forma di riciclo meccanico, compostaggio o recupero energetico (quest’ultimo non più espressamente previsto dal nuovo regolamento).
Le prime prescrizioni della nuova normativa fanno riferimento alle sostanze contenute negli imballaggi. La concentrazione di piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente deve essere inferiore a 100 mg/kg (un requisito previsto anche dalla precedente legislazione); è poi previsto espressamente che sia ridotta al minimo la presenza e la concentrazione di cosiddette “sostanze preoccupanti”, come le microplastiche.
Vengono vietati gli imballaggi alimentari che contengono PFAS oltre certe soglie: 25 ppb ogni singolo PFAS (con analisi mirata escludendo quelli polimerici); 50 ppb per PFAS (includendo i polimerici e se il totale di fluoro oltrepassa i 50 mg/kg sarà necessario fornire ulteriori prove); 250 ppb per la somma di tutti i PFAS (con varie analisi ma sempre con l’esclusione dei polimerici).
Ma il nuovo regolamento lavora sul lungo periodo e prevede tutta una serie di step con misure che entreranno in vigore da qui a 15 anni.
Per il settore horeca una novità importante scatterà il 12 febbraio 2027: da quella data i distributori finali (come bar e ristoranti) che mettono a disposizione alimenti pronti e bevande calde o fredde in imballaggio, dovranno garantire un sistema che permetta ai clienti di usare i propri contenitori personali da riempire e riportarsi a casa.
Altro cambiamento fondamentale l’anno successivo. Dal 12 febbraio 2028 entrano in vigore i nuovi obblighi di compostabilità per alcuni imballaggi in condizione di controllo industriale negli impianti di trattamento di rifiuti organici: riguarderanno le etichette adesive dell’ortofrutta, le bustine e le unità monodose morbide di tè o di altre bevande.
Sempre nello stesso anno, ma ad agosto, scatterà l’etichettatura armonizzata per la raccolta differenziata in tutta l’Unione europea: un’etichetta uguale per tutti, che dovrà contenere le informazioni sui materiali in maniera facilmente comprensibile, anche per persone disabili, grazie all’utilizzo di pittogrammi.

2030: anno fondamentale
La dottoressa Aldrigo segnala però che la data “clou” sarà quella del 1° gennaio 2030 quando entreranno in vigore nuovi stringenti requisiti che puntano alla riduzione degli sprechi. L’imballaggio dovrà essere progettato in modo che il peso e il volume siano ridotti al minimo necessario per garantirne la funzionalità. In particolare, sarà vietato l’utilizzo di elementi con caratteristiche che aumentino il volume percepito del prodotto, come ad esempio le doppie pareti, i falsi fondi o gli strati non necessari. Una norma specifica riguarda le spedizioni: per gli imballaggi multipli, quelli per il trasporto o destinati all’e-commerce, viene stabilita una proporzione dello spazio vuoto non superiore al 50%. Inoltre, sono previste restrizioni all’uso di determinati formati di imballaggio, tra cui gli imballaggi multipli di plastica monouso, quelli per frutta e verdura fresca non lavorata per pesi inferiori a 1,5 kg e quelli monouso utilizzati nel settore Horeca (ad esempio per olio, aceto e così via).
Una seconda novità del 2030 riguarda la progettazione per il riciclo: tutti gli imballaggi dovranno essere realizzati in modo da consentire che le materie prime secondarie siano di qualità tale da poter essere utilizzate in sostituzione delle materie prime primarie.
La riciclabilità degli imballaggi verrà espressa attraverso classi di prestazione: la classe A corrisponde a una riciclabilità maggiore o uguale al 95%, la classe B maggiore o uguale all'80% e la classe C maggiore o uguale al 70%. E saranno vietate tutte quelle al di sotto di quest’ultima soglia.
Dal 1° gennaio 2030 anche nuovi contenuti minimi di materiale riciclato negli imballaggi. Tutte le parti in plastica dovranno contenere una percentuale minima di materiale riciclato, recuperato espressamente da rifiuti plastici post-consumo e non da altre forme, e questo valore deve essere calcolato come media per impianto di produzione e per ogni anno.
Le bottiglie monouso in plastica per bevande dovranno contenere invece almeno il 30% di materiale riciclato; stessa quota minima per gli imballaggi sensibili al contatto costituiti principalmente da PET. Per quelli sensibili al contatto costituiti da materiali plastici diversi dal PET (escludendo le bottiglie monouso), la soglia minima è fissata al 10%. Per tutte le altre tipologie di imballaggi in plastica, la soglia sale al 35%. Sempre per la stessa data sono previsti ulteriori obiettivi di riutilizzo per i packaging trasportati nel territorio dell’Unione europea.
La nuova normativa guarda ancora più in là nel tempo: prevede per il 2038 una nuova restrizione con il divieto di immissione di packaging che non rientrino nelle classi A e B; quindi, di fatto la soglia minima di riciclabilità passerà all’80%. Per il 2040 è previsto un nuovo step, con l’asticella che si alza rispetto a quanto previsto per il 2030, sia per il contenuto di materiale riciclato negli imballaggi in plastica che per le percentuali di utilizzo di imballaggi riciclato delle diverse categorie.
Il percorso tracciato dal nuovo Regolamento impone quindi un cambio di passo immediato e una visione strategica che guardi lontano. Sebbene l’impegno richiesto alla filiera sia imponente (e giustamente serviranno sostegni e aiuti), l’obiettivo finale giustifica lo sforzo: costruire un’economia circolare autentica, dove ogni imballaggio non sia più un peso per l’ambiente ma sia realmente sostenibile.
di David Migliori






